QUADERNO A QUADRETTI
Campeda Vecchia, Campeda Nuova e Pidercoli, nel comune di SAMBUCA PISTOIESE, mancati emiliani per colpa o fortuna di quel fiume, il Reno, che determina a valle, all’altezza di Molino del Pallone, un destino di abbandono, quale tocca - quasi sempre - ai figli cosiddetti “ bastardi”.
Non emiliani, per un pelo. Ma chi se ne frega?
Ma ultimi tra i toscani.
Gente di confine, che non sa dove occhieggiare per un riferimento: se ad est, verso Pistoia - madre matrigna - o ad ovest, verso Bologna, troppo lontana e ben felice di non avere anche quei figli a carico.
Non resta che guardare in alto, verso il cielo ed imprecare.
Campeda Vecchia, Campeda Nuova e Pidercoli.
Tre microcosmi - ciascuno indipendente - ma legati tra loro, puntini invisibili sulla mappa della terra.
Comunità chiuse, isolate dal mondo da tre chilometri di strada bianca fra i castagneti; quindi, con le caratteristiche non sempre positive che derivano dalle comunità chiuse dove il sangue si mescola e si rimescola, sempre uguale, senza ossigeno.
Inizia così il racconto di Nadia Biffoni, che ci porterà in questa parte di mondo già piccola un tempo e prossimamente destinata a scomparire. Forse.
Certo sono già tutti andati i protagonisti di queste storie, in parte vere in parte arricchite dal coinvolgimento emotivo che opera silente la nostalgia.
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Pidercoli, raccontava mia madre, era chiamato il paese “ dei tassi”: mammiferi famosi dormitori, che proprio per il lungo riposo, rimangono isolatidal resto del mondo animale. Come i Pidercolesi.
Erano quindi ritenuti dalla medesima comunità i più rustici.
Apparizioni
Ricordo una donna di nome Marta, bella, bruna, aspra. Aveva capelli corti, ricci e neri; le rare volte che sorrideva mostrava denti bianchissimi, perfetti senza l’intervento di cure ortodontiche. Portava ai piedi scarponi simili agli anfibi attuali dei nostri giovani, calzettoni di lana fatti ai ferri con la lana delle sue pecore. Scendeva a Campeda Vecchia da Pidercoli in compagnia della sua capra.
Appena la vedevano, si spargeva la voce con disperazione perché entrambe si arrampicavano ovunque ma soprattutto riuscivano – saltando come una capra appunto - ad entrare negli orti altrui, lasciando solo deserto quando finalmente facevano l’ultimo salto in uscita.
L’animale preferiva gli ortaggi, Marta i frutti.
Un anziano di nome Pietro - emigrato a Milano da giovane, che dicono ricco ma come molti ricchi avaro - un giorno vide passare Marta col proprio animale.
“ Ragazza, se la tu’ capra mi mangia l’insalata, io te la mangio.”
“…e mì t’aspetto a cagarne i corni” fu la risposta improvvisa di Marta che - con una risata in gola ed il vento ai piedi - sparì tra i castagneti.
L’ultimo tasso
Si chiamava Aladino ed era un mio prozio.
Diverso dal fratello Marino, il mì nonno, alto, bruno con occhi scuri, serio che, ancora in fasce, si innamorò di Gina e con lei espatrio’ al nord, in quel di Varese.
Quell’altro, Aladino appunto, era diverso: carnagione bianca, quasi rosea, capelli biondi rossicci, occhi chiari. Un vero Etrusco.
Ma di “crescere” o di mettere la testa a posto non ne voleva sapere. Inutili i tentativi ripetuti della famiglia di ammogliarlo.
Solo in maturità capitolò, dopo aver avuto il posto nelle ferrovie dello stato (anche allora si effettuavano i voti di scambio: lavoro in cambio del voto. A chi? Alla DC che da quelle parti aveva feudi).
Lei si chiamava Erminia.
Aladino ed Erminia.
Dolcezza solo nei nomi che fanno di per sé sognare. Ma il carattere scontroso, introverso, solitario di lui misero a dura prova il temperamento arrendevole, pacifico, tollerante di lei.
Ebbero un’unica figlia, adorata come una principessa, coccolata dalla madre ed osservata con trepidazione a dovuta distanza da lui.
Abitarono a Biagioni, poi a Molino del Pallone. Ma, dopo aver ammogliato la figlia, appena rimase vedovo finalmente ritornò a Pidercoli, nella casa natale, tra i suoi monti ruvidi come le sue mani ed il suo carattere e le aie deserte di un paese in abbandono.
Col genero era stata creata una teleferica che da giù, alla curva di Copaggnija, portava le vettovaglie a Pidercoli.
Negli ultimi tempi, per comunicare, la figlia gli aveva dato un telefonino al quale rispondeva solo se ne aveva voglia.
“ Ma non rompetemi i coiombari” era la risposta che dava quando lo andavano a cercare in seguito al suo silenzio.
Ultima sentinella di un forte senza Apaches.
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Campeda Vecchia
Venendo da Pidercoli, dal Poggiolo si intravvede questo piccolo agglomerato di case, separato da Campeda Nuova dalla cosiddetta “salgada”, che solo da adulta ho capito che significava salita.
Mi son sempre chiesta: ma se questa parte di Campeda si chiama “vecchia” vuol dire che è sorta prima. Allora perché si è lasciata sfilare la chiesa col campanile, la piazza e le sue belle campane?
A Campeda Vecchia anche il suo pubblico sembrava più vecchio…
La rocca ed il fuso di Adele
Ricordo Adele, l’anziana del posto, intenta a filare nell’aia con la rocca ed il fuso. Immagine desueta, quasi introvabile oggi, immagine sconosciuta ai nostri figli. Minuta, rinsecchita, con le mani nervose faceva prillare quel fuso che sembrava danzare nell’aria.
Capelli bianchi raccolti, vestito nero, bocca disadorna che mai aveva incontrato i ferri di un odontoiatra, mi turbava per il suo spirito, il suo buon umore secco ed asprigno come lei.
La strega
Come ogni paese, anche Campeda Vecchia aveva la sua strega, che sapeva bene di essere ritenuta tale e sembrava divertirsi nell’avvalorare quell’ipotesi.
Quando passava, scarmigliata e trascurata, la gente si ritirava e lei, come risposta silenziosa, si metteva le mani sul sedere e faceva due grandi corna…, do bei corni per dirla in campdan.
Cose da XIX secolo…
Eppure gli adulti raccontavano fatti incredibili su di lei: il gatto nero che ulula nella notte; qualcuno che gli tira un bastone addosso per farlo smettere, colpendolo alla zampa destra. Ed il giorno dopo… lei aveva il braccio destro fasciato.
Strega o no, aveva un bel figlio, unico gallo - o quasi - in un pollaio di galline.
Narravano che di notte la strega girasse sui tetti come i gatti.
Ed in una di queste notti estive di luna piena, io guardavo dalla finestra e fantasticavo nel silenzio.
All’improvviso vidi una sagoma strisciare sui tetti di lato, a sinistra della mia abitazione: non era un gatto, ma neanche una donna…
In un momento brevissimo – un battito di ciglia - la sagoma fu tradita dal raggio di luna sulla sua testa: bionda, bionda, quasi fosforescente.
Ed i biondi a Campeda erano pochi…
La sagoma raggiunse la finestra della zitella del paese e… sparì.